Alla scoperta degli antichi mestieri acerrani: il baglivo

antichi mestieri acerraniI Baglivi – Baiuli erano giudici civili che operavano nei vari paesi in nome del Re: essi “imponevano” le assise (cioè stabilivano le riunioni), esigevano le pene dai fraudolenti nei giochi detti tasselli o fossetti, ancora il valore dei danni causati dagli animali, lo “ius sententiae”, in tutto il tenimento detto baliaggio. I Baiuli erano giudici inferiori; venivano creati dai Camerarii nelle città e nelle terre. Ad essi incombeva la conoscenza di tutte le cause civili sia reali che personali, ad eccezione di quelle che riguardavano le cause feudali. Nelle cause criminali, invece, non potevano deliberare sui vari delitti, che richiedevano la pena capitale o la mutilazione di qualche membro del corpo. La onde essi potevano criminalmente condannare il comodatario, il mutuario, il depositario e qualunque altro si fosse fraudolentemente comportato nei contratti.

Dei Baglivi operanti in Acerra parla a lungo magistralmente Gaetano Caporale nella parte seconda, articolo 4 del volume: “Memorie Storico Diplomatiche della città di Acerra, pag. 92 e seguenti. Baglivo di Acerra è Nicola Pintagora, 50 anni; sua moglie Chiara Di Carluccio di Frattamaggiore 35 anni; figlio Domenico sarto 20 anni. Abitava nel vicolo dei Sessanta in case della congrega del Purgatorio. “Nei paesi feudali, dati dal Re ai Baroni, questi sceglievano i loro Baiuli, che riscuotevano per conto di essi Baroni, o per appalto, la bagliva, che gli stessi Baroni avevano locata anche a forza ai cittadini di quel luogo”. Camerarii. “I maestri camerarii erano quegli ufficiali che nelle varie province del Regno vennero destinati a diritti del Regio Patrimonio. Loro ufficio era quel-lo di esigere i diritti fiscali e demaniali, con facoltà di vendere, fittare e go-vernare; avevano conoscenza de’ tesori, de’ naufragii ed anche de’ beni va-canti, che partenevansi al fisco; e costituivano i difensori (defensores) ovvero baiuli in tutte le diverse Università del Regno” (cfr. A. Perrella, L’eversione della Feudalità nel Napoletano pagg. 938-939, 944.)

Don Francesco Perrotta