Alla scoperta degli antichi mestieri acerrani: il bottaro

antichi mestieri acerraniCopellari – Bottari di Acerra, nel 1754, sono riportati in Catasto: Ignazio Fauci e Nicola Buonincontro. Si aggiungerà ad essi Marzullo Vincenzo, dopo la bonifica.  Il legno usato per questo mestiere era solitamente quello duro e resistente dell’ottimo castagno, abbondante, poco lontano da Acerra, nella Valle di Suessola. Faceva eccezione il “copellone”, nel quale si mettevano i panni in ammollo, prima di “gettare la colata”. Il copellone doveva essere di legno bianco, dolce; se fosse stato di castagno, i panni, a causa dello “scarico”, si sarebbero sporcati del colore di quell’albero. Di seguito gli oggetti allestiti dal copellaro/bottaro. Varrecchie o barili. Erano recipienti di modesta capienza adibiti a contenere del vino. La loro capacità poteva ascendere a 50 – 150 litri. C’erano “varrecchie” anche di una decina di litri. Carratiello. In italiano: caratello. Era un piccolo vaso di legno, in forma di botte, più lungo che largo e serviva specialmente per vini squisiti e liquori. Botte. Era confezionata con doghe, corpacciuta nel mezzo e cerchiata con ferro. Serviva a contenere vino. Carrati. Erano grossi e robusti recipienti di legno per vino. Era la buttis carraria dei Romani, che si trasportava con carro; potevano contenere anche 30 – 50 quintali di vino. Tinelle. Erano costruite con doghe basse; piuttosto larghe di circonferenza; cerchiate quasi sempre con ferro. Servivano per metterci dentro l’uva vendemmiata e pigiata.

Diversa era la tinelluccia, recipiente dentro al quale si metteva il cibo per i maiali e/o per i polli, principalmente crusca mescolata con patate lesse e pigiate. Differente era la tinozza; serviva per metterci dentro il mosto e anche l’uva pigiata. Era “acconcia”, cioè non grande, quindi si poteva manovrare, spostare: “era maniarèlla”. Essa pure era confezionata con legno di castagno, cerchiata con ferro, con doppio manico. Cupiello. Era il mastello assai usato, soprattutto nella raccolta dell’uva, nel trasporto dell’acqua dal pozzo alla destinazione; era recipiente robusto, confezionato con doghe di castagno, quasi sempre cerchiato con strisce di ferro chiodato. Le donne, specie durante la vendemmia, lo portavano sulla testa, ammorbidito il peso con il cosiddetto “truocchio”, un “panno ravvolto in cerchio che si mette in capo chi deve portarvi sopra pesi”. Cato. Era un altro recipiente; serviva per tirare acqua dal pozzo con la “tròciola” o col “manganièllo”. Cannacàmero. Nelle masserie e nelle case umili, fino agli anni Trenta dello scorso Secolo, fu un mobile, di cui non si poteva assolutamente fare a meno. Era il silos di famiglia. In esso si riponevano il grano, o il granone, o l’orzo, o la segala, o i fagioli. La forma più usitata era a tronco di cono; ce n’erano, però, anche altri aventi forma cubica. La capienza, che oscillava dai 10 ai 40 quintali, poteva anche essere maggiore, i cereali, ben secchi, opportunamente depurati delle sostanze estranee, erano per lo più immersi direttamente dal suppenno o dal lastrico a sole, attraverso un buco circolare praticato nel solaio.

Il cannacàmero era alto circa 3 metri, uno in meno, cioè, dell’altezza delle case; lo spazio per versarvi dentro i cereali quando l’operazione di “carico” avveniva in modo diverso da quello ricordato innanzi. Una portellina o saracinesca, posta sul davanti, consentiva di prelevare, nel momento del bisogno, il cereale, che si doveva portare al mulino. Il legno con cui veniva confezionato per lo più era quello di pioppo o del castagno. Imbuti per botti. Avevano una base circolare più larga della bocca; era come un tronco di cono, alto in tutto 25 – 40 centimetri. Un tubo metallico era collocato nella base; aveva un manico. Ben posizionato sulla botte, per esso si versava il mosto opportunamente  filtrato.

Don Francesco Perrotta